Il blog di Mina
La porta dei mondi è borchiata e pesante. Mai del tutto aperta. Mai richiusa.

chi sono?

odio...
Non mi piace l’arroganza prepotente. Il gorgonzola, il caldo soffocante, la maleducazione, i vestiti bagnati appiccicati addosso, l’ipocrisia dei sorrisi di gomma, la finta pietà, il rumore molesto dei motorini truccati, la decisione senza appello di chi non ha MAI un dubbio, il color verde acido, chi si nasconde dietro altri per non esporsi mai, vomitare, il ketchup, chi, in generale, vive per usurpare e estirpare.

...e amo
Mi piace, da sempre, il profumo di pioggia, l’odore nei campi quando ha piovuto. Mi piace entrare in un lungo cappotto ed uscire, nella brina, al mattino. Mi piace annusare quando stendo il bucato, mi piace il mio naso, inteso come l’olfatto che ho ben sviluppato. Mi piace, al risveglio, quando mi abbraccia, il lenzuolo fresco d’estate. Mi piace fare la spesa con lui, spuntare la lista (unica eccezione nel mio mondo disordinato). Il viso di mia madre. Mi piace nei bambini lo sguardo (lo stesso per tutti) di quando usano, nella mente, un acuto scandaglio. Il vino rosso, la pasta in qualsiasi maniera (ma non al formaggio) il tavolo apparecchiato sotto il portico. Mi piace la voce delle persone che amo, la ripasso più volte nella mente. Mi piace il rumore scoppiettante della stufa, il caldo del plaid, uno da una parte uno dall’altra del divano a guardare un documentario e poi dormire. Il ronfare tranquillo del gatto nel mezzo. Mi piace la sincerità garbata, lo sguardo diretto, un gesto semplice come appoggiare sul braccio una mano. Mi piace la ricchezza delle menti che incontro e la loro tolleranza. Mi piace la neve sul davanzale, i mercatini a Natale. I cibi piccanti che ti fan lacrimare, il the al gelsomino. Le serate a casa di un amico a parlare di qualsiasi cosa oppure tacere, secondo l’onda del momento. Mi piace il silenzio del cinema appena prima che parta la proiezione. Mi piacciono gli alberi, sempre, in ogni stagione, specialmente in Ottobre. E il verde. L’azzurro, il violetto. Mi piace leggere, da quando ero piccola.
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agosto 20 2008
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Davvero si puo' vivere cosi', sulla riva di un oceano, dove si mescolano lingue e dialetti, dove i colori non contano, dove salutarsi e' normale anche se non ci si conosce, dove bastano due note, due battiti di cuore per potersi fermare a ballare li', li' dove sei, in una strada, una piazza,un negozio?

E fermarsi la sera a sentire le onde e guardarsi intorno e fissare la gente, proprio fissarla senza vergogna e leggere le storie di una vita tatuate sulla pelle di una moltitudine di sconosciuti che incrociano la tua strada.

E la pelle, la pelle scoperta, libera, felice, esposta ai venti che circondano l'isola... ma davvero si puo'?

E se davvero si puo' vivere cosi'...cosa ci faccio io nella pianura padana?!


settembre 29 2006
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La vita era là, annidata, rannicchiata nell’attimo in fondo ai tuoi occhi, nell’attimo subito dopo fatto l’amore, indifeso, pulito, senza cervello. Senza parole. La vita era là e, qualche volta, solo qualche volta, sono quasi riuscita a sfiorarla. O era sesso? Buon sesso? Ottimo sesso?

La vita era nella piega delle labbra, nell’urlo in fondo alla tua gola, nel momento perfetto in cui il mio sguardo arrivava più in  la, oltre la tua solitudine.

O era sesso?

In un sogno, un sogno lontano, corro lungo un viale, ho perso il mio cane. E’ bello, è una giornata di luce perfetta, filtra attraverso i rami, il viale è deserto, sono uscita di casa in camicia da notte. Poi smetto di correre e comincio a camminare, il mio cane tornerà penso, ora assorbo la luce bianca che si colora di verde, color delle foglie. E poi tu sei lì, e cammini verso di me, e tutto è come dev’ essere nei sogni, i sogni puri del mattino, perché sorridi, ti avvicini, mi baci.

La vita era là e a me non bastava averla sfiorata, volevo che parlasse e mi spiegasse, che mi rivelasse i suoi segreti, rispondesse alle domande, giurasse che sarei vissuta per sempre. E invece la vita giocava con me, ed erano i tuoi occhi quando mi dicevi di restare, e la mano che chiudeva la pagina del libro per non farmi leggere i tuoi segreti. E le parole nel buio, in quell’attimo subito dopo fatto l’amore, mentre mi portavi in visita nella tua solitudine. Indifeso.

E poi di nuovo armato, un’isola, indipendente, autosufficiente.

E il gioco era sottile, crudele, un gioco da spalle larghe, da giocare solo se assicurati.

Ma guarda le mie, che spalle sottili.

E così ti ho tradito. E’ stato facile. Mi sembrava che tu ti bastassi. E poi cosa vuoi, era sesso no?

 

Eppure, nel sogno, io so che cos’era, e quella mattina ho stretto gli occhi più forte, sentendo arrivare il risveglio.


agosto 23 2006
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Se fosse facile amare, facile donarsi, semplice come ubbidire, ora non sarei qui, ad accarezzare questo legno liscio.

Ma non si sceglie posizione nell’amore, la nostra indole ci rende discepoli, o maestri.

Io, sono un discepolo. Anzi, il discepolo.

L’uomo che cambiò la mia vita, che la rese un inferno caldo come questo deserto, che mi rivelò una verità impossibile da tollerare, richiede la mia totale ubbidienza.

E’ un despota, l’amore.

E’ giusto il maestro che sacrifica il miglior allievo all’ubbidienza? Tutto questo tempo, le giornate sulle rive bianche, mentre lui parlava, mentre io ascoltavo, parole, misteri svelati dietro ogni sasso, serviva a questo? Era qui che conduceva il mio cammino, un cammino di rivelazione e scoperta? Questo il destino del discepolo?

Sembra di si. E perché poi, il destino del discepolo dovrebbe essere migliore di quello del maestro? Eppure io ho ubbidito. Fatto tutto quanto mi era stato comandato, pensando che questo bastasse a salvarlo. A salvarmi. Ma non sarà così.

Da questa altura, dove resiste al vento un solo albero, sento le voci di una folla furiosa. Agitano le mani, mani secche, senza frutti in questa calura, occhi che condannano ciò che non comprendono. Vivranno ricordandosi questo giorno, il giorno in cui un grande impostore sarà punito.

Ma io so la verità. Quale privilegio mi fu dato, comprendere ciò che è vero. E che colpa ne ha il mio maestro, se la verità è una luce che i miei occhi non possono sopportare?

Lui mi ha fatto il regalo più grande, non ha colpa se io sono solo un uomo.

 

Dovrebbe essere facile ubbidire. Senza rimorsi.

E tu sai, avrei voluto baciarti. Sempre. Amarti d’amore puro, ma avvicinare anche le mie labbra alla tua pelle liscia.

E così, nel comando, hai dato vita al mio desiderio.

 

Mi bacerai, hai detto, mi bacerai su una guancia.

Come avrei potuto non ubbidire?

Cosa succede quando l’amore è colpa, quando un bacio condanna? Quando, sapendo, si ubbidisce ugualmente?

Si muore due volte, una volta nel corpo, l’altra nella memoria degli uomini.

 

Ho scelto questo punto, questo spiazzo si terra, quest’unico albero.

Sai già il perché.

Da qui, come ultima cosa, potrò vedere la tua croce.


maggio 11 2006
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Quando la trovo è girata su un fianco, il viso rivolto verso la macchia del bosco.

L’aria è fresca, quasi fredda ora che mi avvicino all’acqua, lei ha un mano appoggiata alla borsa, l’altra in una posizione strana, innaturale, un dito che punta verso il torrente, forse è rotto. Ha gli occhi chiusi, respira però, questo lo vedo anche da lontano, mentre mi avvicino piano.

Respira ancora.

Sul volto corre una linea, una striatura che parte dal sopracciglio e le attraversa la guancia, una fila di piccole perle di sangue coagulato. Deve essersi graffiata mentre correva.

Succede spesso così. Panico, lo chiamano.

Disorientamento. Si comincia a correre, sperando di arrivare, arrivare in fretta da qualche parte ma in realtà è una corsa cieca, non ci si rende più conto di nulla. Strano. A me non succede mai, io so sempre dove sono, ho un tragitto tracciato nella mente, so dove sto andando. E’ per questo che mi mandano sempre per primo, il più adatto per questo lavoro, dice il mio compagno. Lei ha delle foglie fra i capelli, terra, rametti. Dev’ essere stata una brutta caduta. Di sicuro era stanca, ha vagato qui per giorni.

Mi avvicino. La guardo.

Apre gli occhi, ci mette un po’ a mettermi a fuoco ma subito le pupille si dilatano, gli occhi si ingrandiscono nel terrore, sento la sua paura. E’ sola, persa, è quasi buio, ha fame, sete e non mi conosce, potrei essere un nemico. L’istinto le dice di fuggire, cerca di tirarsi su ma il corpo non risponde, è troppo stanca, mi guarda con occhi enormi.

E allora chiamo.

Il mio è un richiamo forte, potente, udibile da lontano. Lei non lo sa, ma non sono l’unico a cercarla, c’è una squadra intera che batte il terreno da due giorni, sono tutti qui, intorno a questa radura, ora arriveranno. Ma io sono il più veloce.

Ed ecco che questo luogo si riempie di voci, arrivano, le parlano, la coprono, in due aprono una barella, sembra che finirà bene. Lei ha riconosciuto le uniformi del soccorso, chiude gli occhi, è strana l’espressione che si dipinge sul loro volto quando capiscono di essere stati trovati, un sollievo enorme, impossibile.

Gli altri della squadra mi si avvicinano, sono felici, complimenti è la parola che dicono, bravo, anche questa volta.

Ma è il mio compagno che guardo.

E’ con lui che mi alleno ogni mattina, correndo lungo il fiume, con lui che mangio, vicino a lui dormo. E’ lui che ora mi viene incontro e mi guarda ridendo mentre con una mano mi accarezza la testa, qui fra le orecchie, dove sa che mi prude sempre un po’.

La donna adesso mi fissa, ora che ha capito nel sul sguardo trema un sorriso.

E' lei che ho salvato. Ma non è per lei che ho corso.

Ma per lui, per la felicità nei suoi occhi ora, che corro, annuso, seguo tracce, rincorro odori nella mia ricerca costante, infinita, di umani perduti.


aprile 10 2006
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E’ una mattina fredda, scura. Il cielo è basso, colore della pioggia, ma non piove. E’ immobile, in attesa. Un lungo momento grigio. Nella tua corona ci sono sei gerbere, dodici lilium, dodici rose tutti di un giallo acceso, il drappo è azzurro, un colore che ti piaceva e ora, davvero, sembra quasi tu dorma.

La porta si apre, entra una donna e mi guarda perplessa. La saluto ma lei non risponde. Ti si avvicina, si fa il segno della croce, spreme due lacrime, firma il registro ed esce.Se io fossi tua nipote, quella  vera, ufficiale, verrebbe da me a stringermi la mano dicendo “condoglianze”.Ma io non sono una nipote ufficiale, ma quella acquisita, per caso, e l’unica che ti è toccata in sorte. La nipote, diciamo così, trasversale. La figlia della moglie di tuo figlio. Il genere di nipote di cui non hai le foto da piccola in culla, che ti ha conosciuto a vent’anni ed ora, a trenta, pensa che dieci anni, con te, siano stati davvero un pò pochi. 

Ma lo sai, non mi interessa che questa persona ammetta o riconosca il legame fra noi, due esseri nelle cui vene non è esistito un solo briciolo di sangue comune. Quello che voglio, in realtà, è che questa sconosciuta entri, si faccia il segno della croce si conceda due lacrime  firmi ed esca, il tutto in meno di trenta secondi, perché si possa restare qui, noi due, un po’ soli, in silenzio.

Non sono brava nelle formule della morte e chi mi conosce, chi le condoglianze me le fa davvero, si trova a dialogare con un semimuto che si esaurisce dopo due parole. E’ semplice, non mi viene nulla da dire.

La tua immobilità invece mi calma, mi piace il tuo silenzio. Mi lascia stare qui, il tuo corpo immobile, a parlare nella mente, a misurare la stanza coi passi e mentre dispiego una piega del drappo e allontano un insetto  goloso mi sembra di essere non tua nipote ma un grosso cane da guardia, che intorno ti fa la ronda, perché nessuno  ti svegli. La via scelta per il tuo saluto è un silenzio che non ha parole. In silenzio rispondiamo a chi vuole darti le foto dei figli perché tu le porti con te, il silenzio a chi insiste che tu abbia un rosario fra le tue mani. Non pensiamo sia importante che tu abbia le scarpe, o quanto è lunga la lista dei parenti sul giornale. E nella gara a chi ti voleva più bene, noi, all’indietro facciamo un passo. E quello che abbiamo pronto per te, te lo daremo prima che chiudano questo coperchio, ma in un momento in cui, fra  di noi, restiamo da soli. Insieme da soli, come nei giorni d’inverno, vicino alla stufa.

Scivoleranno nella tua tasca, tintinnando.

Due monete. Due.

Per il traghettatore.

 


marzo 26 2006
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Ci conosciamo 10 anni fa, o forse qualcosa di più.

Dieci anni fa, o forse qualcosa di più, tu sei un ragazzo di 23 anni. Intelligente, ironico, con una spiccata tendenza alla provocazione e un certo talento, devo dire, in quest’arte.

A vent’anni, o forse qualcosa meno, io sono molto confusa. Essere confusi, a vent’anni, è normale, è previsto, è un cliché. Ma la mia è una confusione atavica, che somma le domande di mia madre alle finte certezze di mio padre, e i dubbi pian piano creano una matassa atroce, un ordigno nella mente. Che esploderà, un giorno, creando un delirio di panico, ansie, tremori, parole confidate ad uno sconosciuto ed una lenta, faticosa ripresa.

Il tutto tenuto insieme da una catenella, lunga lunga, sottile sottile, di pillole gialle e verdi.

Ma questo, quando ci conosciamo, io non lo so ancora. Tu non lo saprai mai, perché, per allora, ci saremo già persi di vista.

Condividiamo un tragitto in treno, ogni mattina, verso una pulsante città universitaria, ed il piacere, un po’ snob forse, di porsi domande a cui non si può dare risposta.Tu sei interessante, certo. Dietro gli occhiali sottili brillano due occhi che vedono, e la barba leggera, che non curi molto, copre un viso da bambino curioso. Particolare, ecco come sei, fuori posto in tutto. Ed io, che non sono mai riuscita, nemmeno quando ho voluto, ad appartenere ad un gruppo, condivido con te questo sottile disagio. Dieci anni fa sono sicura di non piacerti, sono sicura di non volerti, di non poter stare al passo con te. Divisa fra contestazione e comodità, particolare si, ma non abbastanza, sono sicura che, di nascosto, tu un poco rida di me, della mia mancanza di coraggio. Sei complesso, intuisco i risvolti della tua mente che mi sfuggono, e questo, di te mi affascina, da te mi allontana.

Rimaniamo amici. Nient’altro. Poi, come si dice, prendiamo strade diverse.

 

Ora sono passati dieci anni, o forse qualcosa di più.

E una sera, in un locale affollato, ti rivedo, e mi vieni incontro. C’è moltissima gente, molto da bere, molto rumore.

Ma siamo in piedi, tu non hai ancora sorriso, e ora, cominci a parlare.

Non ricordo cosa mi hai detto, non ricordo le parole precise di quel tuo rimpianto, uscito a distanza, affannato, come un laureato fuori corso. Mi parli di ciò che avresti voluto, di quello che avremmo potuto, potuto avere insieme. Ma mentre ti ascolto, stupita, penso che ormai,  ora è tardi. Ora ho un marito, presto una casa con il giardino.

 E per tornare, solo un momento, al nostro comune piacere, vorrei domandarti perché, allora,  non hai mai parlato.

Ma non c’è risposta, lo sappiamo, a questa domanda.

O forse, la so.

Non è colpa mia, non è colpa tua, se i tempi della vita non sono mai, quasi mai , i tempi dell’amore.

 

 


marzo 9 2006
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A volte, in ascolto, sento colpi sordi, come ali che battono contro grate di ferro.

Vivendo qui, altre volte sento tonfi liquidi, il suono di sassi che cadono, dall’alto, nell’acqua di un pozzo. Il tintinnio dei campanelli appartiene alle mattine di pioggia, quando la risata dell’argento si unisce al fischio del vento.

L’eco delle parole arriva ogni volta, quando un raggio colpisce un punto a caso di questa regione, e illumina sagome trasparenti, che si muovono ai tempi di un copione già usato.

La goccia che cade, e che sento quando chiudo gli occhi, segna il tempo trascorso, un conto alla rovescia infinito, di numeri negativi.

Il soffio all’orecchio è la voce, la voce che chiamava la vita, e che ignoro, girando il viso sul cuscino, per tornare a riposare.

Il sole di questa terra ha fiochi bagliori, attutiti dal vetro smerigliato del tempo.

Nelle notti, in alcune notti, quando la luna raggiunge le dimensioni di una sottilissima falce, il bisbigliare diviene più forte, e, quasi senza sforzo, distinguo tutte le voci.

Non sono confuse, arrabbiate, o dolenti.

Soltanto presenti.

 

 

Perché la chiamano solitudine? La parola fa pensare a pianure vaste e grige, o dai colori sfumati di seppia, fili d’erba e nulla intorno, una landa desolata e deserta.

Nulla, invece, è più affollato della solitudine, questo paese di fantasmi, e fiori non colti, e case sfitte, insegne sbiadite, negativi di foto in fondo ai cassetti, e demoni.

Abitata, sempre.

 

(sarà che un bellissimo post di Lu, nei suoi Frammenti Volanti, ha spalancato le porte a pensieri dormienti - hai ragione Sonic Girl, succede proprio così...- sarà che il sole tramonta a quest'ora, sarà che sto ascoltando Everloving di Moby, sarà, sarà, sarà....)


marzo 4 2006
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Passo le mie giornate fra bambini convinti che, nel giardino del nostro asilo, viva un albero magico, un mago dal corpo di albero, che fa trovare loro lettere e strani regali.

Lampade tascabili, proiettori, stelle trasparenti, per giocare con le paure, le luci, le ombre.

 

 

La sera, a casa, trascrivo i loro dialoghi, registrati durante le attività, seguendo il filo dei pensieri assurdi e logici di un bambino. O scrivo lettere fingendo di essere un albero magico, un mago che abita un corpo d’albero, che il giorno dopo sistemerò, perché le possano trovare.

Poi, è sabato pomeriggio, e fedele a una vecchia abitudine, decido di guardare un documentario.

 

 

Nelson Cenci era alpino, nel tragitto di ghiaccio della campagna di Russia. Uno di quelli che tornò, in un percorso a ritroso, lasciando dietro migliaia di tracce, subito ricoperte dalla neve.

Ricorda e racconta. La voce quasi riesce a restare ferma, nonostante tutto.

E il racconto prende forma, la forma di uomini, colonne immense di uomini in marcia.

Ma poi è troppo, troppo anche per chi ha visto troppo, e la voce bassa si rompe, e il bellissimo viso di vecchio irrigidisce i lineamenti, nel dolore.

 

Ed io ripenso all’albero, e alle magie, e al lusso dell’ignoranza, che non posso permettermi.

 

Il ritorno alla realtà, a volte, è brutale.

 

 

 Una foto della ritirata in Russia degli alpini della Armir.

 

 


febbraio 19 2006
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Iniziò con un prurito dietro la spalla, dove la schiena si apre nella linea della scapola, e insieme un dolore ostinato e fisso, come una puntura. Restava sempre, comunque, un formicolio costante.

Pensò fosse un problema di postura, si sforzò di sedere più dritta, ma il formicolio, in pochi giorni, si allargò anche all’altro lato della schiena, come se qualcuno le puntasse un dito, con un lento solletichio, sotto le scapole ossute.

Iniziò a svegliarsi, la notte. Iniziò a strofinare la schiena contro il muro, come gli orsi.

Un giorno, facendo un bagno, sentì che stava succedendo qualcosa. Lì, dove formicolava, c’era qualcosa di soffice e caldo, morbido. Si guardò allo specchio, con la testa girata per potersi vedere la schiena.

Eccola lì, proprio sotto le scapole, morbida e bianca. Come lanugine, una lanugine da testa di neonato. Bianca, però.

Prese un rasoio, ce lo passò sopra. Ecco, sparita.

 

 

Il giorno dopo c’era ancora.

La notte iniziò a fare sogni strani. Sentiva il vento, la velocità, il cielo molto vicino. E la lanugine cresceva, quell’assurda cosa prendeva una forma definita. Ormai la sentiva anche sotto i vestiti. Non osava più tagliarla ancora, forse intuiva che, questa volta, avrebbe sentito il dolore. Allo specchio, la schiena, era la sua di sempre: la curva morbida delle spalle, il restringimento verso la vita, la linea dei fianchi. Solo, di diverso, quelle due cose lì, come appiccicate, in posizione simmetrica. Smise di esaminarsi, smise di grattarsi. Smise di uscire.

 Una notte, il sogno fu nitido e chiaro. Camminava in un campo, le mani toccavano l’erba alta. Poi, senza nessuno sforzo, cominciava ad andare più veloce, e ancora, e correre tanto che i piedi quasi non toccavano terra. E allora sentì che si aprivano, si spiegavano, non più due appendici estranee che si incollavano al suo corpo, ma una parte di sé, pulsante e viva, in cui scorre sangue rosso. E ci fu il vento, la velocità, il cielo molto vicino.

Si vegliò. Si alzò. Andò in bagno, si spogliò. Finalmente, dopo giorni, si guardò allo specchio.

Erano lì, ancora piccole, ma inequivocabili. Si muovevano col suo respiro, si muovevano se alzava il braccio, soffici nuvole di piume bianche.

E allora le riconobbe.

Ali.

Le sue ali.

 Anteprima immagine

                                                                 


febbraio 4 2006
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L’abito era una nube di tulle rinchiusa in un vecchio baule.

Il tutù di una ballerina che ha smesso di danzare, un vestito da sposa a riposo, la camicia da notte di una diva del muto….

Non chiesi mai cosa fosse, allenata com’ero mantenni il segreto.

Divenne il mio segreto.

Aspettavo che fossero tutti occupati, in qualcosa, poi, piccola e leggera salivo in quella stanza che odorava di stoffa e fiori di camomilla. Dalla finestra aperta sui campi profumo di fieno, odore di secco che aspetta la pioggia. Aprivo piano quella porta dei mondi, che portava ai vestiti di vite passate.

Indossavo la nuvola bianca.

Poi, nel silenzio, mi guardavo allo specchio. Aspettavo di riconoscermi in quella luce, nella faccia di quella bambina che aspetta di avere capelli più lunghi, lunghi così, fin sotto la schiena.

 

 

Non è cambiato poi molto, sapete, da allora.