maggio 11 2006
Quando la trovo è girata su un fianco, il viso rivolto verso la macchia del bosco.
L’aria è fresca, quasi fredda ora che mi avvicino all’acqua, lei ha un mano appoggiata alla borsa, l’altra in una posizione strana, innaturale, un dito che punta verso il torrente, forse è rotto. Ha gli occhi chiusi, respira però, questo lo vedo anche da lontano, mentre mi avvicino piano.
Respira ancora.
Sul volto corre una linea, una striatura che parte dal sopracciglio e le attraversa la guancia, una fila di piccole perle di sangue coagulato. Deve essersi graffiata mentre correva.
Succede spesso così. Panico, lo chiamano.
Disorientamento. Si comincia a correre, sperando di arrivare, arrivare in fretta da qualche parte ma in realtà è una corsa cieca, non ci si rende più conto di nulla. Strano. A me non succede mai, io so sempre dove sono, ho un tragitto tracciato nella mente, so dove sto andando. E’ per questo che mi mandano sempre per primo, il più adatto per questo lavoro, dice il mio compagno. Lei ha delle foglie fra i capelli, terra, rametti. Dev’ essere stata una brutta caduta. Di sicuro era stanca, ha vagato qui per giorni.
Mi avvicino. La guardo.
Apre gli occhi, ci mette un po’ a mettermi a fuoco ma subito le pupille si dilatano, gli occhi si ingrandiscono nel terrore, sento la sua paura. E’ sola, persa, è quasi buio, ha fame, sete e non mi conosce, potrei essere un nemico. L’istinto le dice di fuggire, cerca di tirarsi su ma il corpo non risponde, è troppo stanca, mi guarda con occhi enormi.
E allora chiamo.
Il mio è un richiamo forte, potente, udibile da lontano. Lei non lo sa, ma non sono l’unico a cercarla, c’è una squadra intera che batte il terreno da due giorni, sono tutti qui, intorno a questa radura, ora arriveranno. Ma io sono il più veloce.
Ed ecco che questo luogo si riempie di voci, arrivano, le parlano, la coprono, in due aprono una barella, sembra che finirà bene. Lei ha riconosciuto le uniformi del soccorso, chiude gli occhi, è strana l’espressione che si dipinge sul loro volto quando capiscono di essere stati trovati, un sollievo enorme, impossibile.
Gli altri della squadra mi si avvicinano, sono felici, complimenti è la parola che dicono, bravo, anche questa volta.
Ma è il mio compagno che guardo.
E’ con lui che mi alleno ogni mattina, correndo lungo il fiume, con lui che mangio, vicino a lui dormo. E’ lui che ora mi viene incontro e mi guarda ridendo mentre con una mano mi accarezza la testa, qui fra le orecchie, dove sa che mi prude sempre un po’.
La donna adesso mi fissa, ora che ha capito nel sul sguardo trema un sorriso.
E' lei che ho salvato. Ma non è per lei che ho corso.
Ma per lui, per la felicità nei suoi occhi ora, che corro, annuso, seguo tracce, rincorro odori nella mia ricerca costante, infinita, di umani perduti.